Who I am

Alba Gnazi

Le parole sono una chiave e un ponte, un codice privilegiato e misterioso, un canto: leggo da quando ne ho memoria.
Ancorata alla Musica, trattengo chimere sotto le unghie e mi ricompongo nella luccicanza di gioie minute, a metà tra il surreale e la strada.
E di vagare non smetto.


Viv., 1938 - A. / Una visita a Eliot, Moravia


Vivienne Haigh -Wood
http://www.telegraph.co.uk/




Thomas Stearns Eliot, http://ichef.bbci.co.uk/

















La verità è che avrei dovuto parlarti addosso, Tom, parlarti dentro, mentre il tuo occhio frugava le mie mani e impietosiva il mio sguardo, perché so (lo so) che quel che ostenti è sicurezza ma quel che calchi, e scappi pur di non confessarlo, è paura, Tom.

E’ paura.

Come la mia di attraversare la strada, di svegliarmi di notte e vedere lucertole sul cuscino, di sorbire formiche insieme al brodo, di non lavarmi abbastanza dopo il sesso, perché il sesso odora di te e di me e della terra che ci butteranno addosso, delle tue ricerche e delle tue pretese, dei tuoi silenzi, dell’ira che mi sbuffi sul collo quando mi prendi, dell’ira che tossisci dentro una poesia; di questo sa il sesso, Tom, e io ne vivo, e ne ho paura.

Potrei schermirmi la voce, alterare le maniere, indossare guanti bianchi per accendere ceri e fustigare quel che resta del mio presente con il cencio di una contrizione, con una preghiera tra le gengive, e scordare il sapore del seme sulla lingua e dell’etere in gola – maledetti, mi cuciono nervi saldi su misura, nervi al metro e senza sconto, come quel soggiorno in Svizzera, che dopo più nulla è stato lo stesso.
Più nulla.

La pioggia ama i distillati di sudore e inerzia. Ama grondare dai nasi e dagli ombrelli. Inzaccherare cappotti e cani al guinzaglio. Scorre su questo vetro come una tenia, e i vetri che altro sono se non l’intestino dell’inganno?
La pioggia solleva le gonne e abbassa i rami. Prolifera tra le giunture dei vecchi con dita d’umidità. Attecchisce sui tetti con un fragore che ninna i bambini.

Volevo un figlio, Tom. Ma non da te.

Volevo te, e la tua poesia, e la tua voce, e il benessere che mi dava lo starti accanto.
Volevo ballare solo per te, celebrarti col mio corpo e i miei fianchi, godere del tuo tocco lieve e intimo anche tra mille persone, sapere che saresti corso a casa dopo il lavoro per vedermi e giacere al mio fianco, ma
dio
(il tuo dio, non il mio)
A te non piaceva prendermi.
E io …

Lui c’è sempre stato, Tom.

Abbiamo vissuto in casa sua, e io ho dormito nel suo letto, e lavato i suoi piatti; mi ricordava mio padre, col suo alito e il suo passo, e quell’acutezza che io non ho mai saputo afferrare per intero, ma che mi estasiava.  Era stato il tuo docente di filosofia, io ne ero l’amante. Bertrand.

Cos’hai fatto ai miei anni, Tom? Cos’avevano le mie gambe e i miei seni, la mia voce e le mie idee, che ti atterrivano al punto da farti giurare castità?
Cristo.
Il tuo Cristo, non il mio.
Ma mi vedi? Mi guardi, Tom? Mi guardi, perdio? Sono bellissima. Sono stata il sogno di mezza Londra.

Non il tuo.

Sono caduta giù un pezzo alla volta, come le molliche da una tovaglia. 
Sono una mollica sulla tua tovaglia, la stoffa grezza del tuo rifiuto, la macchia rossa del vino proibito.

Sono la donna che hai sposato per sfregio, sgarbo, amore di un attimo, idiozia. Sono la ceralacca del tuo ripensamento, la fuga pusillanime, l’aggettivo dimenticato.
Certificato di matrimonio Eliot West-Wood
mccaldinarts.files.wordpress.com


Tre mesi, ed eravamo insieme, con un giuramento davanti all’ufficiale e senza casa, senza lavoro, senza soldi, senza criterio.

Tu leggevi e leggevi e citavi poeti francesi e scrivevi e dibattevi e passeggiavi e giorno per giorno, sempre meglio e con dolo, tessevi una trama che mi escludeva da te.

La Terra Desolata ero io. Lo sono stata per così tanto tempo, Tom. Ero il tuo personale, amatissimo, eccitante, rinnegato inferno.
Tu eri il Prufrock delle mie intenzioni, l’Animula dei miei terrori, il Preludio di ogni mia contrizione.

Non è stato difficile, Tom.

Non darti pena, nelle tue notti senza solco e senza buio, notti che scintillano di resistenza all’affanno, che malizia non imbratta – tu segugio della fede, tu mendico della colpa, tu figlio del non-perdono, sei andato con dio, e me, mi hai lasciato qui, ma adesso, adesso


ho pensato a tutto, io sola.

E’ stato semplice.
Ti avviseranno entro qualche ora.
Avrei dovuto baciarti un’ultima volta.
Ma fa lo stesso.

Viv., 1938


***

N.B.: Questo racconto, liberamente ispirato al matrimonio tra Vivienne Haigh-Wood e T.S.Eliot, è presente anche qui:
https://ivanomugnainidedalus.wordpress.com/tag/alba-gnazi/
Vivienne Haigh - Wood e T.S.Eliot, 1916
By hiddencause.wordpress.com





 [ T.S.Eliot e Vivienne Haigh - Wood si sposarono nel 1915, 26 giugno, dopo appena tre mesi di conoscenza. Il matrimonio non diede serenità alla coppia, per una serie di motivi ancora dibattuti; non da ultima, la condizione psichica di Vivienne, che fu ricoverata nel 1938 in una clinica psichiatrica nel Northumberland.
La Haigh - Wood morì nel 1947. Lei ed Eliot non si videro mai nel corso di quegli anni. ]

Nel 2015 decorre il 100° anno d'anniversario del matrimonio, nonché il 50° della scomparsa del Poeta.

 
T.S.Eliot

T.S.Eliot, poeta e critico americano naturalizzato inglese, autore di opere teatrali, critiche, poetiche ( tra cui il citato poemetto The Waste Land, ''La terra desolata'' in italiano ) ottenne il Nobel per la Letteratura nel 1948.

Morì a Londra il 4 gennaio 1965.





''Vari critici mi hanno fatto l’onore di interpretare il poema nei termini di una critica del mondo contemporaneo, l’hanno considerato davvero come un importante pezzo di critica sociale. Per me fu solo il sollievo da una personale e del tutto insignificante lagnanza contro la vita; è proprio un pezzo di lamentela ritmica” (T.S.Eliot su La Terra Desolata, durante una conferenza ad Harvard)

(Alba Gnazi) 


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   Una visita a Eliot (Alberto Moravia)





«Sono andato a trovare T.S. Eliot negli uffici della Casa editrice che dirige. Gli uffici si trovano in Bloomsbury, vecchio quartiere di Londra raggruppato intorno al massiccio edificio del British Museum. Un tempo, negli anni dell’altro dopoguerra, abitavano a Bloomsbury molti scrittori e intellettuali; oggi essi hanno trasmigrato altrove, a Chelsea, a Hampstead; i più, in campagna. Bloomsbury, labirinto quieto e decaduto di piazze alberate e di strade deserte, non ospita più che pensioni piuttosto squallide per studenti e stranieri di passaggio. 


È un quartiere in cui la malinconia di Londra si sposa ad una aura dotta: piccole librerie, negozi d’arte, giornalai esotici. Le case hanno facciate lisce di mattoni bruni e rossi, con porte talvolta dipinte di verde brillante, rosso vermiglione o nero lacca, con grandi finestre dai vetri vuoti e luccicanti. È il quartiere dove abitava (e tuttora abiterà) la mesta signora che offre il tè a Eliot in una delle sue prime poesie: Portrait of a lady. La data della poesia è il lontano 1917. “Resterò qui ad offrire il tè agli amici” dice tristemente la signora al poeta che parte. A tutt’oggi, a Bloomsbury, la poesia è ancora attuale. La signora siede tuttora dietro i vetri di una finestra, in una di quelle case, servendo il tè agli amici. 



Non so quale effetto faccia la poesia di Eliot ad un lettore che non sia mai stato a Londra. Probabilmente, come avviene, lo colpiranno gli aspetti più universali e più liberi di questa poesia così ricca e complessa. Eppure, per capire Eliot, la conoscenza di Londra e del mondo anglosassone è indispensabile. Eliot con tutta la sua origine americana e le sue esperienze francesi, è proprio il poeta di questa immensa e mesta città, di quest’impero così potente, così ragionevole e così rassegnato. Quante volte aggirandomi per gli sterminati parchi nebbiosi, mentre tutto intorno, dietro gli alberi, girava il carosello degli autobus rosso fiamma, o guardando al profilo bizzarro della città, oltre il Tamigi e i ponti, nella nebbia gialla di una giornata invernale, oppure scendendo con cuore oppresso per le scale mobili verso i budelli fragorosi della ferrovia sotterranea, quante volte ho pensato a Eliot come al cantore ultimo e consapevole di questa civiltà orgogliosa e crepuscolare, mercantile e poetica. 



Pur attingendo ad una comune esperienza europea ed esprimendo gli stessi sentimenti di funebre e acre premonizione di tanti poeti continentali, Eliot si distingue da costoro per un chiaro accento epico. Gli giovò certamente, da una parte, la prospettiva che gli derivava dall’essere americano, quel poter vedere, cioè, da lontano e raccolto in una sola massa peritura, lo sforzo di tremila anni di civiltà occidentale, dall’altra l’aver eletto a seconda patria l’impero inglese in un momento particolarmente delicato e significativo. Momento di potenza massima che già lasciava presentire disastri e decadenze imminenti.



 Nella sua opera questo senso della potenza e della civiltà e della vanità della potenza e della civiltà si esprime non tanto in enunciazioni testuali e aperte quanto in un fitto tessuto di simboli e di riferimenti culturali che sono la grande novità della poesia eliottiana. In questo senso, grazie a questo singolare sincretismo culturale, Eliot è bene il poeta quasi alessandrino di un impero vasto come la terra. 



Eliot è un uomo anziano, grande, un po’ curvo, magro, nitidamente vestito di scuro, dal viso severo e un po’ rigido. Si pensa, vedendolo, ad un ecclesiastico; e la dignità e sobrietà della sua voce, della sua espressione e dei suoi atteggiamenti suggerisce l’idea di un vescovo anglicano. “Com’è spiacevole incontrarsi con il signor Eliot” dice di se stesso in una sua poesia “con il suo viso di taglio clericale, il suo cipiglio, la sua bocca sussiegosa... come è spiacevole incontrarsi con il sig. Eliot, che tenga la bocca aperta o chiusa”. Questo autoritratto, che si potrebbe confrontare con altri famosi del secolo scorso, come per esempio quello del Foscolo, segna la differenza tra la poesia romantica e quella modernissima. 



È l’autoritratto di un poeta cui una delusione metafisica e il senso della vanità di tutte le cose hanno tolto ogni illusione anche su se stesso. In realtà, poi, incontrarsi con il signor Eliot è un privilegio prezioso. In lui si riconosce la presenza misteriosa e commovente della poesia. Certamente la maggiore poesia che sia stata scritta oggi in questo nostro mondo così impoetico».


Alberto Moravia


see also : http://moticonvettivi.blogspot.it/2014/08/the-hollow-men-by-tseliot.html

N.B.: Questo racconto è stato pubblicato anche qui: https://ivanomugnainidedalus.wordpress.com/2014/03/09/viv-1938-racconto/ (ringrazio nuovamente per l'ospitalità).

3 commenti:

  1. Un ritratto intenso, coinvolto e coinvolgente, che si legge come ascoltandolo e che per questo penetra nell'anima del lettore con una forza e una necessità rarissime e quasi sacrali. Non mi sono mai sentito tanto preso da una personalità lieve, riservatissima eppure complessa, viva, eternamente presente, proprio nell'attimo in cui egli è - e si fa - parte sempre nuova, e tuttavia ben nota, di me. Again and again, thank you , Alba.

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  2. Che sia il silenzio, un silenzio consapevole e sorridente, a fare le veci di infiniti grazie...
    A te, alle tue parole - e poi taccio, ché altro dir non so ...

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    1. E' un grande regalo il tuo racconto (per la sola voce di Vivienne H.-W.). Una tua restituzione in forma di monologo costruito attraversndo tutte le connessioni del possibile, tutti i cosiddetti possibili di un'anima tormentata, la cui vicenda vitale non è stata per me che una delle "sorgenti" dei tormenti eliotiani. Ma questa donna dall'anima ipersensibile ha avuto una sua vita e certo più di una morte, prima di lasciare questa terra. Lei stessa Grande Madre e Terra desolata, per te, Autrice audace che vive i suoi giusti azzardi letterari. Credo che questo debba farti onore, Alba. Ancora grazie a te per tutto questo.

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